Il doodle su Méliès.

Se lo aveste perso, il 3 Maggio il Team di Google ha celebrato con i suoi famosi doodle l’illusionista Méliès, inventore del cinema di “fantasia”, contrapponendosi in parte ai fratelli Lumière, che mostravano momenti di vita reale. Giocando con la meravigliosa invenzione della cinepresa creò i primi effetti speciali della storia, sperimentando anche la colorazione della pellicola a mano per i primissimi film “a colori”. Il doodle è straordinario perché è il primo realizzato a 360 gradi, e potrete vedere l’intero filmato muovendovi con l’iPhone, ad esempio, dentro all’azione. E’ un’esperienza immersiva, che richiama le meraviglie delle prime proiezioni, perché così ci si sentiva, guardando per la prima volta quelle immagini prendere vita: strabiliati. Trovate il doodle qui, dove potete godervi il filmato a 360° con l’app Google Spotlight Stories, con i visori Cardboard o Daydream, o da YouTube muovendovi con il mouse all’interno del filmato. Qual è la meraviglia: poter guardare tutto il girato, anche in punti secondari dove l’azione non si svolge ma dove potete curiosare come foste lì. Il film è sviluppato come omaggio al film di Méliés “Alla conquista del polo”, del 1912, di cui ricorreva l’anniversario appunto due giorni fa. Sorridendo, mentre guardate gli effetti inventati da Méliès riproposti in animazione, non dovreste poter dire altro che: “che meraviglia, Georges”.

Quello che mi capita

Coincidenze. Capitano a tutti, ed è un aspetto che mi piace tanto del mondo. L’improbabile evento, o catena di eventi, la curiosità, che ti fa chiedere cosa ci sia dietro, o intorno, a noi. Un’altra realtà, un altro mondo. Parallelo, sovrapposto, intrecciato. Se ne parla da sempre, Stephen Hawking (arrivederci, grande uomo) studiava il multiverso, letteratura, film e serie tv ne hanno fatto uno dei temi più usati e, d’altronde, la credenza sull’esistenza dei fantasmi presuppone questo tipo di doppia realtà. Qui siamo noi, di là altre entità, a volte non viste, a volte percepite. Benefiche o meno, in ogni caso il loro suggerimento spesso produce materia su cui riflettere. O farsi ispirare.

Quello che mi capita quando sento la voglia di scrivere è di entrare in contatto con queste realtà, di qualsiasi tipo esse siano. Noto un numero particolare, stranezze, o una serie di eventi vicini e così improbabili che sento di essere chiamato da qualcosa, che la realtà richiede la mia attenzione. Non puoi sempre farlo, per via degli impegni, ma in quel momento dovresti fermarti ad ascoltare, dovresti concedere il tempo che ti viene richiesto, stare. Non puoi sempre farlo, dicevo, almeno non in quell’istante, ma se decidi dovresti concentrarti su quella “chiamata”, l’evento o il suono, l’immagine o la particolarità, che hanno scosso un po’ la tua anima, e cercare di capire cosa voglia dire. Puoi riuscirci o meno, ma il gusto dell’avventura, della scoperta, ormai si è impadronito di te. Probabilmente è quello che hai sempre avuto dentro, e che non aspetta altro che essere sfidato, stimolato. “Hei tu, ci sei”, ti chiamano quelle a cui spesso diamo il nome di coincidenze, e che potrei definire anche strappi di realtà, “guarda che ti vorrei dire qualcosa di interessante, prova ad ascoltarmi”. Scegliere di aprirsi in quel momento sta a noi.

Però quello che mi capita è anche altro. A volte non riesco, appunto, ad ascoltare nel momento in cui questa, o queste, realtà, cercano di mettersi in contatto con me. A volte, quello che mi capita è di scegliere io quel momento, anche se non ho avuto “richiami”, quelle fantasmagorie della vita che ti solleticano la base del collo. Allora è tutto in mano a me, e scelgo di smettere di concentrarmi su qualcosa di specifico, ed essere aperto ad ogni suggestione. Sonora, sensoriale, mentale. Le parole arrivano così. Oppure ci sono sempre state ed io ho semplicemente aperto il rubinetto per riempirmi di tutte quelle che mi circondano, silenziose ed invisibili, e che aspettano solo un segnale per arrivare fino a me.

Quello che mi capita è che fluiscono dalla mia mente fino alle mie dita, e desiderano uscire, comporsi. Non sanno bene come, questo lo riconosco, e sta a me sistemarle, dargli una forma, ritrovare un’emozione che loro mi dicono di voler trasmettere, e che mi chiedono aiuto su come fare. In effetti a volte non sono parole, ma accenni, sensazioni, figure mentali, immagini. Il mondo vorrebbe sempre parlarti, e appena gliene dai l’occasione usa tutti gli strumenti sensoriali. Lo fa perché è pieno di cose, e vuole condividerle. Quello che chiamano arte credo sia proprio la capacità di saper ascoltare quello che la (o le) realtà vuole dirti, e trasmetterle in uno dei linguaggi che senti di maneggiare meglio. 

Quello che mi capita è che, richiedendo energia, ma dando una straordinaria sensazione di appagamento, io ricerchi li momento, tra parentesi nel magma colorato di doveri e impegni, in cui posso ascoltare, e mettere su carta, digitale o reale, le sensazioni che ricevo. Sento di essere un tramite, e di volerlo essere. Chiudo gli occhi, o li tengo aperti ma senza vedere, e arriva un’immagine, od un incipit, o un ricordo. Mi solletica la mente, mi scuote un po’ il corpo, e poi produce delle risonanze, che aprono nuove sensazioni, che portano ad altre immagini, o parole, o suoni. Ecco, si mette in moto un processo, creativo e ricettivo. E scrivo, e racconto. Mentre lo faccio, sempre, sorrido. Attraverso quello che questa realtà, o l’altra, o infinite altre, vuole dirmi, io mi libero, de-costruisco un po’ me stesso per poi ricostruirlo in modo migliore, più consapevole. Cresco ed evolvo. Che qualcuno poi legga quelle righe o meno, che siano storie o pensieri, io esisto, sostenendo il peso di vivere, grazie a questa magia. Diventa così un delizioso vociare tra me, e sostenere quel peso è quanto di più leggero, e fenomenale, ci sia. 

Particelle di me che si confondono con queste realtà, e viceversa. Che bello quando mi capita questo!

 

p.s. questo scritto è stato ospite del blog “Anima di carta”, della scrittrice Maria Teresa Steri. Lo trovate qui. Ringrazio Maria Teresa per l’invito sul suo blog.

Calia, perché un romanzo a puntate

Ho appena pubblicato una nuova puntata di questo mio racconto.

Siamo a metà storia inoltrata, la trovate nella sezione apposita del sito, ed aggiungo una breve spiegazione del perché ho scelto un romanzo a puntate, invece di altri tipi di pubblicazione.

Adoro i romanzi di appendice, quelli come Il Conte di Montecristo, e che trovo rivivano ora nelle serie tv. Mi piace pensare di andare a dormire con l’idea che, in una realtà parallela, si stiano svolgendo eventi che non possiamo prevedere, né leggere tutti di un fiato, ma che dobbiamo aspettare un po’ prima di ritrovare: come nella vita, dove non possiamo andare avanti a nostro piacimento. L’attesa, in questi casi, accompagna il lettore, gli parla rassicurandolo che potrà, a breve, ritrovare i personaggi che lo avevano attirato nella loro storia, e che nel frattempo potrà continuare la sua, di storia, pensando a loro.

Ecco, è una bella sensazione, che approfondisce una realtà dentro un’altra. Entrambe avanzando parallelamente. In fondo, così non si è mai soli.

Tutto qui.

Un momento è quello che voglio

Si toccò i capelli, erano sporchi e addensati come cotone al sole. La barca poggiava su un mare fatto di luce, il caldo era sopra di lui e, ci avrebbe scommesso, anche sotto all’acqua su cui ormai era alla deriva da dieci giorni. Aveva ancora qualche scatoletta di cibo precotto, ed una bottiglia di acqua naturale. Il suo smartphone era lì accanto a lui, ricaricato da un piccolo pannello solare acquistato apposta per la sua avventura. Dopo aver deciso di mettere in gioco tutto se stesso erano passati solo due giorni, e lo aveva fatto. Aveva tagliato i rapporti con tutti, lasciato solo un messaggio alla sua famiglia, non drammatico. Sincero. “Voglio solo staccarmi un po’ da questa routine. Lo faccio per me, ma anche per voi. Non riesco più ad agire come vorrei. Sono troppo distante da me. Ho solo bisogno di un momento. Tranquilli torno presto.” E lo aveva fatto davvero. In effetti non credeva di poterlo fare. Si arrotolò un ciuffo di capelli attorno al dito indice, e pensò colpevole alle facce di chi lasciava indietro. Chissà quanto lo avrebbero maledetto. Non era però stato in grado di lasciare quel piccolo schermo che poteva connetterti con il mondo. “Per chiamare aiuto”, diceva a se stesso. Non era del tutto sicuro che fosse la verità. Aveva paura a lasciare davvero tutto. E poi, voleva provare a tenere un diario di viaggio e riportarlo ogni giorno sul suo blog. Alla deriva in mare aperto. Sarebbe forse diventato famoso. Molti lo avrebbero invidiato. Prese il suo telefono e lesse le decine di messaggi lasciati da amici e parenti, a cui aveva deciso di non rispondere. Voleva solo aggiornare il suo blog. Scrisse di essere ormai solo da giorni, e che le razioni cominciavano a preoccuparlo, ma che non si sarebbe fermato prima di aver raggiunto il suo scopo. “Cari lettori, avevo promesso di tornare solo quando avessi capito cosa fare della mia vita. Voglio rispettare questa scelta, e capire. Anche solo una direzione, ma vorrei vederla chiara.” Premette invio, ma il messaggio di assenza rete lo atterrì come uno schiaffo di dorso. Le specifiche di quella tecnologia gli assicuravano una ricezione pari a quella satellitare, e non aveva mai messo in dubbio, scioccamente ora realizzava, questa semplice promessa di vendita. Non dopo la legge del 2025. Comunque, nessuna comunicazione. Girò la testa come a cercare una soluzione vicino a lui, e vide solo acqua. Tutto intorno. Lanciò quell’inutile tavoletta in fondo alla sua modesta barca, e cominciò a pensare se davvero avesse senso questo improvviso uscire dal suo piccolo, solito mondo. Pensò fino a quando il sole non cominciò a scendere sotto l’orizzonte, e il freddo ad infilarsi sotto la sua t-shirt preferita. Allora si coprì con la giacca, ed allora accadde qualcosa di eccezionale. Sopra di lui, nello spazio nero-grigio-rosso un’enorme palla arancione strappò il cielo con  una scia gialla di polvere. Il meteorite corse oltre il suo campo visivo, e si tuffò nell’acqua, a qualche chilometro da lui. L’onda che prese vita e si gonfiò di sfida lo travolse dopo qualche minuto. Il suo cuore, mentre vedeva quella enorme mano d’acqua che lo annientava, batté come migliaia di ali di coleotteri. Il respiro gli sollevava il petto senza tregua, e un lungo urlo fu l’ultimo atto di quell’avventura. Un istante dopo, i suoi occhi si riaprirono nella sua cella, nel sotterraneo del penitenziario di media sicurezza dove ormai da quindici anni scontava la sua pena. Rimosse delicatamente gli “stitch” dalle tempie, e tornò a vedere il reale intorno a sé. Il permesso di uscita virtuale gli era ormai concesso senza particolari problemi da tre anni, due volte all’anno. Poteva scegliere dove andare e cosa fare, senza limiti. Bastava dirlo qualche giorno prima alle guardie, che lo avrebbero riportato ai programmatori. Il sistema di Kruger veniva impostato su quell’ambiente e quella situazione, il resto lo faceva la sua mente, del tutto ingannata da quel nuovo reale. Come tutte le altre volte, l’esperienza, il suo viaggio altrove, terminava in modo violento, uccidendo in qualche modo il suo io virtuale. Il senso di colpa per quello che aveva fatto aveva sempre la meglio, e anche in quell’altrove, lui si puniva. Ricordò solo per un attimo il suo crimine, come ogni volta dopo il ritorno dal viaggio della mente. Ricordò con poche immagini che lo riassumevano alla velocità del pensiero: lui che correva per il lungo viale affollato, in fuga; la ragazza che aveva preso in ostaggio; il suo foulard che strinse per tenerla ferma; il colpo che le diede al fianco, per farla smettere di agitarsi; infine la furia con cui la lanciò in strada, per liberarsi di lei; l’auto che la travolse. Il suo corpo che ridiscendeva a terra come non avesse più uno scheletro. I suoi stessi occhi terrorizzati (quando ricordava quei momenti, non sapeva spiegarselo, si guardava dall’esterno). Gli uomini che lo raggiunsero e lo immobilizzarono a terra. Il ricordò finì, e la sua cella tornò da lui a raccontargli che cosa aveva lasciato lì fuori, e cosa avesse trovato lì dentro. La speranza continua, e continuamente tradita, ed ora la completa sua assenza, in qualche modo abbinata a una forma di pace. Il dolore, però, rimase uguale prima e dopo. “Sai cosa mi manca di più?” Disse oltre le sbarre, alla guardia di turno, che non rispose. “La cioccolata”. La guardia non rispose. “No, non è vero, mi manca anche la mia famiglia, anche se non vedevo praticamente più nessuno; e mi manca la prima casa dove siamo andati a vivere in città, quando mio padre è stato trasferito.” Inspirò profondamente, a lungo, poi espirò. Lentamente. Si rese conto di non ricordare più il nome della via. La via della sua prima casa in città. Si sforzò, fermo, immobile. Gli occhi ansiosi di cercare ovunque intorno a lui qualcosa che era nella sua mente, e che cercava di emergere in mezzo a centinaia di lettere. Le poteva visualizzare come fossero reali, tutte quelle lettere che si illuminavano alternandosi in un sussurro visivo, finché qualcuna rimase accesa, senza più spegnersi, poi affiancata da un’altra. La parola stava per tornargli alla mente, quando il violento clangore delle porte della cella gli strappò quella verità dalla mente cosciente, ricacciandola giù. “No, non proprio ora, vi PREGO, NON ORA”. “Stai zitto, stronzo di un assassino”, scandì forte uno dei due agenti. “Vieni con noi”. “Dove, che volete, lasciatemi qui!”. “Ma che cazzo dici? Tu oggi te ne vai, ti sei scordato?”. “Dove, ma che dite?”. “Ma cosa dici tu, bastardo! Quell’aggeggio ti ha bruciato quel cervello sadico che ti porti in giro dalla nascita? Oggi è il quindici più uno, ti ricordi? Oggi mandiamo il tuo cervello al campo dell’energia. Ti ricordi, schifoso?”. Fulmineo, lui ricordò. Le pene oltre i quindici anni venivano tramutate automaticamente in morte del corpo, e utilizzo del cervello per alimentare le centraline del paese. Tutti insieme, i derelitti della società erano collegati in rete per erogare energia. Amnesia temporanea, effetto comune del viaggio virtuale di Kruger. Alimentato dalla folle paura che lo strinse improvvisamente, al ricordo della sua imminente “redenzione”, come pubblicizzavano i manifesti del bollettino della sicurezza, l’oblio temporaneo prolungò il suo effetto, e ogni possibilità di ricordare il nome della via dove era cresciuto si allontanava velocemente. Mentre lo trascinavano via, i suoi occhi urlarono lacrime che divennero voce: “NO… VI PREGO, ANCORA UN GIORNO… UN’ORA… PER FAVORE, VI CHIEDO SOLO UN MOMENTO, PER FAVORE, SOLO UN MOMENTO.”

 

© Andrea Orlando – 2018 – Tutti i diritti riservati

Band of Brothers

Mi è tornata alla mente ed ho ripreso a vederla. E’ una miniserie, dunque una storia raccontata a capitoli, che progredisce come un unico grande racconto. Un gran film diviso. E’ un peccato che non si usino più le sotto-categorie, perché spiegano meglio il senso di quella che ormai definiamo genericamente “Serie Tv”. Vi ricordate quanto andavano di moda negli anni ’90, soprattutto quelle tratte dai romanzi di Stephen King, come It, Tommyknockers – Le creature del buio, L’ombra dello scorpione? O come The Kingdom di Lars von Trier? Adesso sono in parte tornate di moda nell’era Netflix, e le ho sempre adorate, perché hanno un senso di unità che la semplice “serie tv” non ha, essendo quest’ultima solitamente più dispersiva, e orientata a portare la storia su più livelli, per trattenere più pubblico per più tempo possibile. Ecco perché la serie tv è suddivisa in stagioni, che proseguono fino a quando il pubblico è disposto a guardarle. La miniserie no, esiste in un numero finito di episodi perché sono quelli necessari perché la storia raggiunga il suo acme, per poi terminare, quasi naturalmente.

Band of Brothers è del 2001, ha dieci episodi, ed è prodotta da Stephen Spielberg e Tom Hanks, che si erano trovati bene a girare nel 1998 Salvate il soldato Ryan, e che hanno poi collaborato parecchie volte insieme. Quando uscì era la miniserie più costosa della storia, ed ha vinto diversi premi, Emmy e Golden Globe. E’ tratta dal libro omonimo di Stephen E. Ambrose ed il titolo è preso dal discorso di Enrico V nel dramma di Shakespeare. Racconta la storia della compagnia Easy, un gruppo di paracadutisti altamente addestrati che la notte prima dello Sbarco in Normandia vennero “lanciati” in Francia per neutralizzare le artiglierie tedesche e favorire lo sbarco della Fanteria. La miniserie racconta il loro addestramento, le loro azioni in Europa, fino alla fine della guerra.

Perché ho voglia di parlarne? Perché è una serie veramente ben fatta,  coinvolgente, e nonostante racconti eventi bellici che già molte volte sono stati portati al cinema o in tv, lo fa con uno spirito di rispetto e veridicità che riesce a trasportare lo spettatore in mezzo ai soldati, come una presenza discreta ma attentissima. Questa sarebbe la qualità principale del cinema che racconta di eventi reali, ma metterla in pratica è davvero difficile. Che piaccia o meno l’argomento della guerra, storicamente è preziosissimo un mezzo di racconto che riesca a farti avvicinare anche solo di un passetto verso la realtà, con le sue sensazioni, colori, suoni e follia. Questa miniserie ci riesce. E lo fa in un modo intelligente: non drammatizzando eccessivamente le sensazioni, ma raccontandole. Ogni episodio è introdotto da testimonianze di sopravvissuti della compagnia Easy, che hanno ispirato i protagonisti della miniserie, e la cui identità viene rivelata alla fine. Naturalmente la storia si prende delle licenze, perché lo spettatore possa godere di un buon racconto, ma si respira un’aria di verità che lascia a bocca aperta. Potrei analizzare la camera a mano, il montaggio attento che racconta più di quello che si vede, la musica, la bravura degli attori, ma in questo spazio vorrei lasciare le sensazioni che ho provato, perché è quello che, se condiviso, potrebbe portarvi a guardare questo bell’esempio di cinema, solo visto in uno spazio più piccolo e intimo, come quello della tv.

Band od Brothers è sincero, crudo non più di quello che la guerra è, dunque estremamente, ma senza brutalità extra, è commovente, immersivo, è dolorosamente giovane come i ragazzi che vedi, con cui puoi immedesimarti o meno, e che poi a volte scompaiono, è un racconto che ti fa domandare “cosa avrei fatto io se fossi stato in quella guerra, e come lo avrei fatto, sarei stato un codardo, un eroe, un assassino?”. Per tutto questo vale la pena che lo guardiate, perché se il mondo, e gli uomini, possono essere delle realtà orribili, questo abbiamo, e questo siamo, e dobbiamo conoscere entrambi al meglio per poter contribuire a migliorare questo mondo e a migliorare noi stessi.

Il potere di un buon racconto è tutto, straordinariamente, qui.