Il doodle su Méliès.

Se lo aveste perso, il 3 Maggio il Team di Google ha celebrato con i suoi famosi doodle l’illusionista Méliès, inventore del cinema di “fantasia”, contrapponendosi in parte ai fratelli Lumière, che mostravano momenti di vita reale. Giocando con la meravigliosa invenzione della cinepresa creò i primi effetti speciali della storia, sperimentando anche la colorazione della pellicola a mano per i primissimi film “a colori”. Il doodle è straordinario perché è il primo realizzato a 360 gradi, e potrete vedere l’intero filmato muovendovi con l’iPhone, ad esempio, dentro all’azione. E’ un’esperienza immersiva, che richiama le meraviglie delle prime proiezioni, perché così ci si sentiva, guardando per la prima volta quelle immagini prendere vita: strabiliati. Trovate il doodle qui, dove potete godervi il filmato a 360° con l’app Google Spotlight Stories, con i visori Cardboard o Daydream, o da YouTube muovendovi con il mouse all’interno del filmato. Qual è la meraviglia: poter guardare tutto il girato, anche in punti secondari dove l’azione non si svolge ma dove potete curiosare come foste lì. Il film è sviluppato come omaggio al film di Méliés “Alla conquista del polo”, del 1912, di cui ricorreva l’anniversario appunto due giorni fa. Sorridendo, mentre guardate gli effetti inventati da Méliès riproposti in animazione, non dovreste poter dire altro che: “che meraviglia, Georges”.

Band of Brothers

Mi è tornata alla mente ed ho ripreso a vederla. E’ una miniserie, dunque una storia raccontata a capitoli, che progredisce come un unico grande racconto. Un gran film diviso. E’ un peccato che non si usino più le sotto-categorie, perché spiegano meglio il senso di quella che ormai definiamo genericamente “Serie Tv”. Vi ricordate quanto andavano di moda negli anni ’90, soprattutto quelle tratte dai romanzi di Stephen King, come It, Tommyknockers – Le creature del buio, L’ombra dello scorpione? O come The Kingdom di Lars von Trier? Adesso sono in parte tornate di moda nell’era Netflix, e le ho sempre adorate, perché hanno un senso di unità che la semplice “serie tv” non ha, essendo quest’ultima solitamente più dispersiva, e orientata a portare la storia su più livelli, per trattenere più pubblico per più tempo possibile. Ecco perché la serie tv è suddivisa in stagioni, che proseguono fino a quando il pubblico è disposto a guardarle. La miniserie no, esiste in un numero finito di episodi perché sono quelli necessari perché la storia raggiunga il suo acme, per poi terminare, quasi naturalmente.

Band of Brothers è del 2001, ha dieci episodi, ed è prodotta da Stephen Spielberg e Tom Hanks, che si erano trovati bene a girare nel 1998 Salvate il soldato Ryan, e che hanno poi collaborato parecchie volte insieme. Quando uscì era la miniserie più costosa della storia, ed ha vinto diversi premi, Emmy e Golden Globe. E’ tratta dal libro omonimo di Stephen E. Ambrose ed il titolo è preso dal discorso di Enrico V nel dramma di Shakespeare. Racconta la storia della compagnia Easy, un gruppo di paracadutisti altamente addestrati che la notte prima dello Sbarco in Normandia vennero “lanciati” in Francia per neutralizzare le artiglierie tedesche e favorire lo sbarco della Fanteria. La miniserie racconta il loro addestramento, le loro azioni in Europa, fino alla fine della guerra.

Perché ho voglia di parlarne? Perché è una serie veramente ben fatta,  coinvolgente, e nonostante racconti eventi bellici che già molte volte sono stati portati al cinema o in tv, lo fa con uno spirito di rispetto e veridicità che riesce a trasportare lo spettatore in mezzo ai soldati, come una presenza discreta ma attentissima. Questa sarebbe la qualità principale del cinema che racconta di eventi reali, ma metterla in pratica è davvero difficile. Che piaccia o meno l’argomento della guerra, storicamente è preziosissimo un mezzo di racconto che riesca a farti avvicinare anche solo di un passetto verso la realtà, con le sue sensazioni, colori, suoni e follia. Questa miniserie ci riesce. E lo fa in un modo intelligente: non drammatizzando eccessivamente le sensazioni, ma raccontandole. Ogni episodio è introdotto da testimonianze di sopravvissuti della compagnia Easy, che hanno ispirato i protagonisti della miniserie, e la cui identità viene rivelata alla fine. Naturalmente la storia si prende delle licenze, perché lo spettatore possa godere di un buon racconto, ma si respira un’aria di verità che lascia a bocca aperta. Potrei analizzare la camera a mano, il montaggio attento che racconta più di quello che si vede, la musica, la bravura degli attori, ma in questo spazio vorrei lasciare le sensazioni che ho provato, perché è quello che, se condiviso, potrebbe portarvi a guardare questo bell’esempio di cinema, solo visto in uno spazio più piccolo e intimo, come quello della tv.

Band od Brothers è sincero, crudo non più di quello che la guerra è, dunque estremamente, ma senza brutalità extra, è commovente, immersivo, è dolorosamente giovane come i ragazzi che vedi, con cui puoi immedesimarti o meno, e che poi a volte scompaiono, è un racconto che ti fa domandare “cosa avrei fatto io se fossi stato in quella guerra, e come lo avrei fatto, sarei stato un codardo, un eroe, un assassino?”. Per tutto questo vale la pena che lo guardiate, perché se il mondo, e gli uomini, possono essere delle realtà orribili, questo abbiamo, e questo siamo, e dobbiamo conoscere entrambi al meglio per poter contribuire a migliorare questo mondo e a migliorare noi stessi.

Il potere di un buon racconto è tutto, straordinariamente, qui.

Persistenze

Alcuni dei film che vedo lasciano momenti della loro storia dentro di me. Questi momenti sono immagini e parole che rimangono, e non sai sempre chiaramente perché, nella tua mente. Non tutti i film, naturalmente. Dipende dal momento, e forse se avessi visto quel film anche il giorno dopo, quella frase, immagine, movimento, non sarebbero rimasti nella tua mente annodati come una laccio che non riesci più a sciogliere. Non dipende dalla bellezza del film, o dalla profondità della scena, o della frase. E’ che, semplicemente, si incontrano due mondi, il mio e quello del film, che generano un’attenzione. Una persistenza.

Proprio la Persistenza retinica è il fenomeno che permette al cervello di vivere l’illusione del movimento data dal susseguirsi dei fotogrammi. Ed è una teoria che adoro, perché credo che rispecchi la vita: quello che ti rimane dentro, genera il movimento della vita, la sua evoluzione. La sua evoluzione, per te.

Ad ogni modo, a me parecchi film hanno lasciato un pezzettino di loro dentro di me, ed ogni tanto vorrei condividerlo con chi capiterà su questo mio blog. Perché è il senso di ogni blog. La condivisione.

Oggi ho ricordato questo:

E’ così che si diventa grandi amico, con le palle appese a un filo.

Coco e i Morti

Nel Giorno dei Morti, festa tradizionale messicana, un giovane ragazzo che ama la musica, inclinazione che in famiglia non è per nulla approvata, viaggia nell’aldilà insieme al suo cane. Lì ci sono i suoi antenati, le sue radici, e se “uno non può negare ciò che è realmente” possiamo scommettere che questo viaggio straordinario non potrà che far trovare a Coco la sua strada nel mondo. Ma deve tornare tra i vivi prima dell’alba, altrimenti rimarrà nell’aldilà per sempre.

Ricerche attente sulle tradizioni messicane (il film ha avuto commenti eccezionali da chi questa festa la sente e la vive profondamente), umorismo, emozioni. Anche quest’anno credo che Pixar ci darà quello che il Cinema dovrebbe fare su tutto: distrarci, rapirci, strabiliarci, commuoverci. E’ pur sempre una fantasmagoria, non dimentichiamolo.

shame on us

Vergogna di vivere, vergogna di sopravvivere, vergogna per voltare gli occhi di fronte a chi chiede aiuto, vergogna di non sapere chiedere aiuto. Mentre ti trascini nel mondo cercandone  l’energia in un corpo, nell’esplorare il contatto, il calore, l’elettricità, il mondo non pensa a te, ti guarda lasciarti annichilire semplicemente per il gusto di dire agli altri che sa cosa cerchi, e che lui, il mondo, ti offre tutto, proprio là, ma non sta a lui dartelo, piuttosto a te prenderlo. Tu prenditi una puttana, prenditi una birra, prenditi una rivista, una webcam, una doccia, e di nuovo tutto daccapo, il mondo continua a sorridere dandoti tutto quello che ti serve, e a volte giocando con i segnali, i micro-fati di un destino che non è scritto, e gli estremi messi lì apposta per farti capire. Di volerne fare parte, o di escluderti. Dagli eccessi, dalle relazioni, dalle certezze. Scegli tu, e se te ne vuoi andare da qui, pensaci, pensaci ancora, ripensaci e osserva i dettagli. Noti le strade? I tailleur, i colpi, il vino, il canto, il colore dei capelli, gli anelli? Non ti sembra che qualcosa dietro ogni elemento ci sia, a dirti di andare avanti, o indietro anche, ma di muoverti? Ah, no, se non è così allora sbagliano, gli altri non capiscono, tu invece si. Gli altri cercano sensi nei legami, ma sensi non ce ne sono. E sono davvero stupidi a crederci, ché qui davvero ce n’è per tutti, ma i legami, davvero dove sono andati a finire? Nascosti bene, così bene? Ma ci sono. Forse. Proprio lì davanti. Peccato non afferrarne le corde. Vergogna. Dove sei finita?

Non c’è la necessità di vedere questo film, perché non racconta nulla di nuovo. Disagio, incertezza, vuoto, violenza, sesso. Tutti estremi già conosciuti ed esplorati in mille modi nel cinema. Ma lo fa bene. Gli attori lo fanno bene, la regia te lo racconta bene (ormai camera a mano, ormai cupi i colori e inquadrature ferme, un tempo avremmo detto troppo ferme, ormai finale aperto, ché nessuno rischia più di affermare una verità). E’ un racconto furbo, ma funziona. La crudezza? Diavolo se serve quando devi dare l’idea della caduta! Che fai nascondi tutto il precipitare e stacchi sul tonfo in fondo al pozzo? Un solo colpo devastante rende meno che tanti (in)costanti colpi alla dignità e alla morale. Non vedetelo, se questi ultimi due vocaboli hanno un senso univoco.

Alcatraz, non esisteresti senza il patriarca

Se dovessi riflettere sul perché funzionano così tanto le serie tv di matrice americana, la risposta è sempre quella che mi trovo a sentenziare a chi me lo chiede, al caffè di un mai così ispirante locale di Roma (tocca trovarne di magici, come a Parigi o a New York, ma questo è luogo comune no? Qualcuno ne conosce però?).

La risposta, comunque, è che, nella tragica frenesia del vivere, la pillola di 45 minuti risulta più digeribile di un film, ed il ritmo ormai perfetto ti scivola dentro così privo di attrito che non ti accorgi neanche che hai rubato qualche decina di minuti al sonno, e ne vuoi anche altro. L’effetto di assuefazione si comincia a far sentire, e tu chiudi con un gesto secco il portatile, e giù di nuovo nel reale. Ma già ti manca il racconto.

Fa seguito agli ormai numerosissimi prodotti di qualità statunitensi la nuova storia di J.J. Abrams, nome profetico che il creatore di Lost ha imposto al pubblico da una decina di anni. Il nuovo racconto a puntate (che ricordiamo richiama gli effetti del romanzo d’appendice [sotto inciso: perché non leggersi allora il mio romanzo a puntate che ho ripreso a pubblicare sul sito?]), dicevo il nuovo racconto si chiama Alcatraz, storia misteriosa e temporalmente senza regole della scomparsa di 306 tra detenuti e secondini del carcere di massima sicurezza, “La roccia”, sito sull’isola di fronte a San Francisco. Il carcere chiuse nel 1963, ufficialmente i detenuti sono stati trasferiti, ma… manco pe’ niente. Nessuno sa dove siano finiti realmente. Una squadra speciale formata da un misterioso uomo di stato, una giovane detective e un noto studioso di Alcatraz (il buon Hugo di “Lost”, Jorge Garcia) staranno all’erta ad accogliere, uno dopo l’altro, l’improvviso ritorno di chi scomparve nel 1963.

Mistero, sapienza narrativa, montaggio impeccabile, di nuovo il tempo spezzato a rompere ogni regola. Lo sappiamo, ormai, Abrams ha ridefinito alcuni punti del serial, ha acchiappato Nerd e meno Secchioni, e confluito la voglia di avventura e mistero di ognuno di noi nelle sue storie seriali. Mi sembra dal primo episodio di Alcatraz che gli elementi che abbiamo amato in Lost e Fringe ci siano tutti. Certo, il rischio del déjà vu comincia ad essere alto. Però fa piacere ricominciare a sperare di nuovo di stupirsi.

Le Idi di Marzo

Giorno dell’assassinio di Giulio Cesare, termine non così nascosto per la morte della coerenza nel mondo fittizio e sporco della politica. Nessuno di può salvare.

Pochi giri di parole, sceneggiatura lineare e semplice, ché lo dobbiamo ricordare, alcuni film devono parlare a tutti, ed il cinema di argomento politico già non viene visto con allegria, se non fosse di semplice comprensione, sarebbe solo per un gruppo, non così ristretto ma sicuramente meno numeroso, di amanti, del cinema, del genere, dell’attore/regista.

Non da trattenere come “Confessioni di una mente pericolosa”, ma da gustare. Guardatele, male non fa. Quando il film si segue, quando non ti accorgi che c’è una macchina da presa tra te e gli attori, allora è buon cinema.

il sito si aggroviglia, ma spicca…

 

Qualcosa sembra incastrarsi nel decidere come strutturare il mio nuovo sito, e soprattutto come fare a concretizzare tramite wordpress una mia idea di visualizzazione per i miei scritti. Comunque qualcosa si è mosso, e sembra che già possiate leggere un racconto. Ora provo anche a postare un’immagine e poi vediamo. Se qualcuno leggesse queste righe, per favore, mi commentate?