Quello che mi capita

Coincidenze. Capitano a tutti, ed è un aspetto che mi piace tanto del mondo. L’improbabile evento, o catena di eventi, la curiosità, che ti fa chiedere cosa ci sia dietro, o intorno, a noi. Un’altra realtà, un altro mondo. Parallelo, sovrapposto, intrecciato. Se ne parla da sempre, Stephen Hawking (arrivederci, grande uomo) studiava il multiverso, letteratura, film e serie tv ne hanno fatto uno dei temi più usati e, d’altronde, la credenza sull’esistenza dei fantasmi presuppone questo tipo di doppia realtà. Qui siamo noi, di là altre entità, a volte non viste, a volte percepite. Benefiche o meno, in ogni caso il loro suggerimento spesso produce materia su cui riflettere. O farsi ispirare.

Quello che mi capita quando sento la voglia di scrivere è di entrare in contatto con queste realtà, di qualsiasi tipo esse siano. Noto un numero particolare, stranezze, o una serie di eventi vicini e così improbabili che sento di essere chiamato da qualcosa, che la realtà richiede la mia attenzione. Non puoi sempre farlo, per via degli impegni, ma in quel momento dovresti fermarti ad ascoltare, dovresti concedere il tempo che ti viene richiesto, stare. Non puoi sempre farlo, dicevo, almeno non in quell’istante, ma se decidi dovresti concentrarti su quella “chiamata”, l’evento o il suono, l’immagine o la particolarità, che hanno scosso un po’ la tua anima, e cercare di capire cosa voglia dire. Puoi riuscirci o meno, ma il gusto dell’avventura, della scoperta, ormai si è impadronito di te. Probabilmente è quello che hai sempre avuto dentro, e che non aspetta altro che essere sfidato, stimolato. “Hei tu, ci sei”, ti chiamano quelle a cui spesso diamo il nome di coincidenze, e che potrei definire anche strappi di realtà, “guarda che ti vorrei dire qualcosa di interessante, prova ad ascoltarmi”. Scegliere di aprirsi in quel momento sta a noi.

Però quello che mi capita è anche altro. A volte non riesco, appunto, ad ascoltare nel momento in cui questa, o queste, realtà, cercano di mettersi in contatto con me. A volte, quello che mi capita è di scegliere io quel momento, anche se non ho avuto “richiami”, quelle fantasmagorie della vita che ti solleticano la base del collo. Allora è tutto in mano a me, e scelgo di smettere di concentrarmi su qualcosa di specifico, ed essere aperto ad ogni suggestione. Sonora, sensoriale, mentale. Le parole arrivano così. Oppure ci sono sempre state ed io ho semplicemente aperto il rubinetto per riempirmi di tutte quelle che mi circondano, silenziose ed invisibili, e che aspettano solo un segnale per arrivare fino a me.

Quello che mi capita è che fluiscono dalla mia mente fino alle mie dita, e desiderano uscire, comporsi. Non sanno bene come, questo lo riconosco, e sta a me sistemarle, dargli una forma, ritrovare un’emozione che loro mi dicono di voler trasmettere, e che mi chiedono aiuto su come fare. In effetti a volte non sono parole, ma accenni, sensazioni, figure mentali, immagini. Il mondo vorrebbe sempre parlarti, e appena gliene dai l’occasione usa tutti gli strumenti sensoriali. Lo fa perché è pieno di cose, e vuole condividerle. Quello che chiamano arte credo sia proprio la capacità di saper ascoltare quello che la (o le) realtà vuole dirti, e trasmetterle in uno dei linguaggi che senti di maneggiare meglio. 

Quello che mi capita è che, richiedendo energia, ma dando una straordinaria sensazione di appagamento, io ricerchi li momento, tra parentesi nel magma colorato di doveri e impegni, in cui posso ascoltare, e mettere su carta, digitale o reale, le sensazioni che ricevo. Sento di essere un tramite, e di volerlo essere. Chiudo gli occhi, o li tengo aperti ma senza vedere, e arriva un’immagine, od un incipit, o un ricordo. Mi solletica la mente, mi scuote un po’ il corpo, e poi produce delle risonanze, che aprono nuove sensazioni, che portano ad altre immagini, o parole, o suoni. Ecco, si mette in moto un processo, creativo e ricettivo. E scrivo, e racconto. Mentre lo faccio, sempre, sorrido. Attraverso quello che questa realtà, o l’altra, o infinite altre, vuole dirmi, io mi libero, de-costruisco un po’ me stesso per poi ricostruirlo in modo migliore, più consapevole. Cresco ed evolvo. Che qualcuno poi legga quelle righe o meno, che siano storie o pensieri, io esisto, sostenendo il peso di vivere, grazie a questa magia. Diventa così un delizioso vociare tra me, e sostenere quel peso è quanto di più leggero, e fenomenale, ci sia. 

Particelle di me che si confondono con queste realtà, e viceversa. Che bello quando mi capita questo!

 

p.s. questo scritto è stato ospite del blog “Anima di carta”, della scrittrice Maria Teresa Steri. Lo trovate qui. Ringrazio Maria Teresa per l’invito sul suo blog.

Calia, perché un romanzo a puntate

Ho appena pubblicato una nuova puntata di questo mio racconto.

Siamo a metà storia inoltrata, la trovate nella sezione apposita del sito, ed aggiungo una breve spiegazione del perché ho scelto un romanzo a puntate, invece di altri tipi di pubblicazione.

Adoro i romanzi di appendice, quelli come Il Conte di Montecristo, e che trovo rivivano ora nelle serie tv. Mi piace pensare di andare a dormire con l’idea che, in una realtà parallela, si stiano svolgendo eventi che non possiamo prevedere, né leggere tutti di un fiato, ma che dobbiamo aspettare un po’ prima di ritrovare: come nella vita, dove non possiamo andare avanti a nostro piacimento. L’attesa, in questi casi, accompagna il lettore, gli parla rassicurandolo che potrà, a breve, ritrovare i personaggi che lo avevano attirato nella loro storia, e che nel frattempo potrà continuare la sua, di storia, pensando a loro.

Ecco, è una bella sensazione, che approfondisce una realtà dentro un’altra. Entrambe avanzando parallelamente. In fondo, così non si è mai soli.

Tutto qui.

Inverso, di William Gibson

Uscito nel 2014 in America con il titolo The Peripheral (ma solo ora in Italia), è il nuovo libro di uno dei grandi contributori del genere cyberpunk, che dagli anni ’80 ha raccontato una realtà sempre più facile da sperimentare intorno a noi negli anni futuri: quella virtuale, che è l’unico modo per alcuni di uscire da una realtà così sordida e cupa da spegnerti o bruciarti il cervello. William Gibson è l’autore del racconto Johnny Mnemonico, da cui è nato il film con Keanu Reeves, ha creato un romanzo chiamato Neuromante, che ha ispirato anche Matrix, e che è il primo libro di una trilogia chiamata dell’Agglomerato (Sprawl). Insomma, ha lasciato un forte segno in una letteratura fantascientifica, dispotica, ucronica, con descrizioni schizzanti di droghe sintetiche, firewall, personaggi ed eventi noir, perdite di identità, mondi virtuali, matrici, multinazionali spietate.

Il nuovo libro, tradotto in italiano con Inverso, racconta di due futuri (uno a breve e uno a medio termine), non proprio rassicuranti, che si incontrano, e di personaggi che attraversano tempi e spazi esasperati in videogame che ti accolgono ghignanti. E’ un’esperienza dissonante immergerti in un mondo dove la trama a volte è utile più che altro a descrivere i mondi e gli spazi che le danno vita. Negli anni ’80 la realtà virtuale stava prepotentemente facendo parlare di sé, e gli sviluppi promettevano allo stesso tempo così bene e così male che in molti ne hanno parlato. Gibson è uno dei più noti in ambito letterario, insieme a Philip K. Dick, che però lo precede di un po’.

Non siamo effettivamente ancora arrivati ad una realtà dove possiamo rifugiarsi così pienamente da scordarci che ne esiste un’altra, che potrebbe non essere in effetti più la “reale”. Ad ogni modo il fascino di questo pericolo è sempre attraente, in arte (che è di per sé un’altra realtà, appunto). I rapporti umani sono radicalmente cambiati ora, ma non credo che i social siano al punto in cui in molti si perdano in essi annientando il loro Io reale, sebbene ciò possa avvenire. E finché non arriveremo allo spinotto di Matrix che ti catapulta in un mondo in cui i sensi sono totalmente assoggettati a quella nuova realtà, possiamo distinguere facilmente dove siamo, alzando gli occhi dallo smartphone. Ma questo modo nuovo di interagire non è solo Male.