Non si torna, si riparte

Seimila chilometri, diciotto giorni argentini, coche, tranchere, mirador, jineteada, polvere, spazi, domande e loro echi, fori su gomme, simpatie ed antipatie.
Per quanto il mondo risulti fascinoso quando torno mi ricordo sempre di stare di nuovo partendo, e non tornando a qualcosa che ho lasciato. Quello non esiste più. Hai trovato soluzioni a problemi apparentemente insolvibili, e trovato nuovi ostacoli. Difficile concretizzare le prime ed accettare i secondi, ma hai una energia strana dentro, e vedrai se ti aiuterà o no. È il cambio di prospettiva, come quando vedi dall’alto uno spazio che sembrava così piccolo, e ne scopri invece l’immensità, a volte anche timida come un armadillo che ti attraversa la strada. Come Indiana Jones nell’ultima crociata, come Alice attraverso lo specchio, e come guardare da un altro emisfero il tuo fragile e indistruttibile mondo. Ciao.

Esperto Moreno

Il ghiacciaio del Perito Moreno avanza, come noi nella provincia di Santa Cruz, cercandoci tra la folla di visitatori. Gli andiamo incontro chiedendogli che qualche pezzo del suo enorme banco ci dia prova della sua voce, del suo temperamento, staccandosi e piombando roboante nell’acqua dolce del lago Argentino. Ci accontenta, ma ne chiediamo sempre di più.

Si potrebbe essere così pazienti e saggi, facendo sempre la cosa giusta, come sembra suggerirci l’Esperto. Ma poi torniamo indietro a cercare riflessi di un tramonto, e sebbene non troviamo alcuna risposta alle nostre domande, sappiamo di dovere sempre chiedere, soprattutto a chi teniamo di più.

Puerto Madryn e l’imprevisto fortemente voluto

Partenza, eccitazione, energia, nuvole a forma di ogni pensiero, asfalto, risate, navigatore, frasi e ragionamento da viaggiatori: ci perdiamo il primo distributore, sbagliamo la prima strada. Nessun distributore più per centinaia di chilometri, nessuna possibilità di recuperare asfalto in meno di due ore. Ma sorridiamo con sapiente disillusione, abbiamo già vissuto momenti straordinari.

Via da La Pampa

Il primo spostamento non aveva il dono dell’on the road, ed un pulmino freddo e scuro ci ha trasportati senza vista qui. Ora è l’automobile a chiederci dove andare, ed è tutto più libero e pericolosamente emozionante. Vi ricordate quando da bambini cercavamo di uscire dal giardino di casa per pochi metri di sconosciuta realtà? Credo che il senso del viaggio parta tutto da lì, bisogna solo spostare sempre di più i limiti.

Mostra iceland

SpazOxygene, nei giorni di 19.20.21 Ottobre 2012, dalle ore 19, ospita la mostra con suggestioni visive/rappresentazioni fotografiche di paesaggi islandesi, con miei testi in prosa e poesia ad accompagnare la visione, e musiche originali di Luigi Luzzio. A che serve? Provate a venire.

Metro “A” fermata Cipro/Musei Vaticani. Roma.

 

Al rientro è tutto differentemente uguale

Si, non cambia molto, eppure gli occhi hanno un filtro indosso, residuo dell’atmosfera del nord, con cui ciò che vedi non è proprio uguale a come lo avevi lasciato. Lo guardi, lo osservi un po’, e poi esso ti dice qualcosa che non gli avevi mai sentito comunicare. Per questo è meravigliosa la partenza, per questo è meraviglioso il ritorno. Da lì poi porti immagini, e non solo dentro di te, ma impresse sulla tecnologia che ci regala nuovi modi di testare la realtà. E ci sorridi sopra, anche attraverso, perché non sono mai davvero opache quelle stampe, mai davvero concrete, mai solo carta stampata. Sono irreali anche. Ora ci rifletto, sul fatto che conosciamo così poco che quando usciamo fuori dal piccolo contesto ti viene voglia di urlare come di fronte a luci verdi danzanti nel cielo lontano. Ora ci penso, si. Mai poi ve parlo, io e gli altri che con me hanno guardato qualcosa che non esisteva. Lo faremo ad Oxygene. Non fra molto, che di questo abbiamo proprio voglia di parlarvi presto.

Verso svartifoss, e poi, ora ormai, Grundarfjordur

“Foss” qui vuol dire cascata, e qui ce ne sono di visioni d’acqua che scendono verso di te con superba curiosità, chiedendoti perché sei lì e cosa vuoi trovare, perché loro lo sanno, e ti osservano per metterti alla prova. Non dovrai chiederglielo, solo stare ad ascoltare te stesso che ne guardi la furiosamente silenziosa voce che scorre. E dopo ghiacci, e erba, ed entrambi gli elementi insieme, a tenersi per mano, e poi nulla più se non nebbia, e poi un cono di sole che sembra una gamba di Dio che scavalcando il cielo viene a vedere se è tutto a posto, e poi acqua, e poi neve, e ghiaccio che traballa sicuro sull’acqua, ed erba. Tutto insieme, a rincorrersi e a scavalcarsi. Su tutto, l’aurora serpeggia silente, ma la devi saper guardare, altrimenti non esiste.

Vik(inghi)

Alcune leggende bisognerebbe visitarle prima di poter dire che rimarranno tali anche se le hai toccate. Per alcune di esse non esiste altro reale che quello che gli neghi. Prima tappa attraversata dopo l’arrivo inconsapevole nella terra dei ghiacci. A Vik non c’è altro che una decina di piccole costruzioni, un ufficio postale, un supermercato e tre alberghi o Bed&Breakfast. Intorno nevi che credi di dover dimenticare tanto sono estreme e meravigliosamente inesistenti. Gli occhi hanno bisogno di essere ri-calibrati, le mani di imparare a muoversi nel freddo, i piedi a portarti vicino a visioni di cui potresti diffidare.