Guardare ed essere guardati

Guardare ed essere guardati

 

Nello stare davanti allo schermo, scegliamo di guardare un storia, delle immagini: scegliamo, decidiamo… Ma quanto di arbitrario, di nostro, c’è in questa volontà? Già nel naturale senso del “vedere” la nostra attenzione viene continuamente catturata, attirata, distratta, da mille stimoli, prima naturali, poi artificiali, sociali. In ultima analisi possiamo considerare la nostra sola libertà nello scegliere di aprire le palpebre, il resto è fuori di noi, e vive per imporsi ai nostri occhi.

 

Nel cinema, attraverso lo schermo, ciò è fondamentale, costitutivo del linguaggio. Decidiamo di andare al cinema, in una sala, o di guardare un film in tv, a casa nostra. Tralasciando gli ulteriori instradamenti nella scelta della pellicola (pubblicità, trailers, poster, star, regista), scegliamo più o meno consapevolmente di concentrare il nostro senso primario su una storia ad immagini, punto. Da questo momento il nostro sguardo è catturato e annullato, privato della sua autonomia dinamica e incanalato dal mono-occhio della cinepresa, che quel regista ha scelto di imporci come unico punto di vista: il suo. La storia si dipana, si srotola in dettagli e piani, e noi guardiamo con altri occhi, non più i nostri.

 

Scegliendo di entrare in un mondo visivo, ci affidiamo così ad un percorso meccanico, che tuttavia abbiamo il potere di “personalizzare”, nel cosiddetto “spazio filmico” della tripartizione di Rohmer. E’ la mente, il terzo occhio, forse quello che ha la funzione più importante, che, stimolato dalle immagini proposte, produce senso, cerca nei dati già presenti in memoria, evidenzia nessi, pone in luce il sottinteso, scopre e correla nuovi e vecchie immagini ed informazioni. In un infinito lavoro intertestuale, il cervello sceglie, tra i mille sensi possibili per quel film (quella scena, quel dialogo, quel frame), il solo che ci sembra soddisfare la nostra curiosità di voyeur pensante. Nella scelta è determinante ciò che la mente ha nel suo magazzino, ed è per questo che ogni film è mille film, ed insieme è unico nell’elaborazione di ogni spettatore.

 

E allora cosa è reale, ciò che otticamente ci viene proposto a 24 fotogrammi al secondo, o ciò che da quei frames noi costruiamo nella nostra realtà mentale? Se un film non è mai uguale per tutti, chi ha ragione? E inoltre, possiamo considerare reale movimento una serie di fotografie poste in sequenza?

 

Ricapitoliamo: l’occhio viene guidato, la mente dà un senso a questo percorso obbligato, la realtà non è nella visione, ma nell’analisi che ognuno fa di essa, e allora un’immagine non è mai uguale per altra persona che non sia sé stessa. Ma tutto ciò può estendersi alla realtà di ognuno di noi: fuori dallo schermo, o meglio, dentro un altro schermo di livello superiore, quello del nostro campo visivo: la vita è un film? Noi siamo spettatori o attori, guardiamo o siamo guardati?

 

© Andrea Orlando – 2012 – Tutti i diritti riservati

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