Déjà-vu

Quando provò a sedersi ebbe la sensazione di aver già compiuto quel gesto, in quel luogo, e con quelle persone intorno. Si trattava dell’autobus elettrico 52, in Via Margutta, in un pomeriggio assolato di Dicembre.

“Déjà-vu”, disse il passeggero accanto a lui. Erano seduti in mezzo all’autobus.

“Come scusi?”

“Dalla sua espressione credo che abbia avuto un déjà-vu. Sbaglio?”

“Beh, no, in effetti mi sembrava di aver… ma lei come ha fatto a…”

“Sono un professore in pensione appassionato di fenomeni di difficile spiegazione logica. Mi piace pensare che intorno a noi c’è molto più di quello che possiamo spiegare, ed invece di ignorarlo vorrei capirci di più. Ma scusi l’intromissione. La lascio al suo fenomeno inspiegabile.”

“Ma no, nessun disturbo. E lei saprebbe spiegare il déjà-vu?”

“Ho trovato una mia personale spiegazione, si.”

“E le va di condividerla?”

“Dipende se lei veramente vuole ascoltarmi. Sa, non ho molta fiducia nell’ascolto. Non più ormai.”

“Beh, si. Io ho tempo e voglia di ascoltarla. Anzi in effetti a questo punto sono curioso.”

“Allora le chiedo solo un favore. Potrebbe dirmi l’ora esatta?”

“Si, certo. Sono le 15:56”

“Bene, grazie. Dunque, io credo che il fenomeno che chiamiamo “déjà-vu”, dal francese “già visto”, sia una momentanea dissociazione di ciò che dà vita al suo corpo, ovvero l’anima. Mi spiego meglio. Lei sente col suo corpo e analizza questi dati tramite processi mentali che li incamerano collegandoli ai ricordi, e generando sensazioni. Le sensazioni, secondo me, risiedono nell’anima, da cui de facto è composta. Le sensazioni si accumulano, si fondono e si modificano, ma la sensazione iniziale, il germe da cui potrà poi svilupparsi in un altro tipo di sensazione, o la stessa ma con caratteristiche diverse, la sensazione iniziale, dicevo, rimane immutata e costituisce la struttura dell’anima. L’anima, in questo modo, è fatta solo di sensazioni primarie, in un numero limitato, da cui derivano tutte le altre, in numero illimitato, e che contribuiscono a dare all’anima la sua unicità. Per questo ognuno è diverso dagli altri ed unico, ma deriva da sensazioni iniziali comuni. Poi qui si potrebbe disquisire della reincarnazione, e di come le sensazioni iniziali siano pregresse alla nascita, e potrebbero essere anche già derivate, dando già l’impronta di quell’individuo, ma questa è un’altra storia.”

“Quindi noi nasciamo, veniamo “colpiti”, diciamo così, da suoni, colori, forme, che diventano subito sensazioni primarie, e che poi evolvono fino a formare l’anima unica della persona?”

“Precisamente”

“Quindi l’anima non esiste prima di sentire qualcosa?”

“Potrebbe esistere in forma “grezza”, diciamo così, o appunto preesistere venendo da altri individui, con poche sensazioni primarie proprie del genere umano, magari da un “tutto” chissà dove che cede un pezzo di sé ad ogni organismo vivente, che poi inizia ad evolvere, anche nel grembo materno dove già comincia a ricevere gli input esterni. Ad ogni modo, tornando al fenomeno da lei provato, e provato da ogni essere umano, l’anima prova sensazioni e le incamera evolvendo, dopo aver sentito con il corpo qualcosa. Ma immagini cosa succederebbe al contrario: partire dalla sensazione per arrivare ad un’immagine, un suono, un colore, infine ad un evento, che il corpo costruisce per giustificare quella sensazione, in una specie di “rigurgito” dell’anima. Allora il suo cervello penserebbe di aver già visto, sentito e ascoltato quell’evento perché l’anima gli dice che da qualche parte quella sensazione deve essere stata generata, e ricostruire l’evento è il modo che ha il corpo per accettarlo.”

“Aspetti, aspetti un momento: quindi sarebbe l’anima che ci fa vedere alcune cose perché ha dentro di sé quella sensazione?”

“Si”

“Ma perché l’anima avrebbe bisogno di “giustificarsi”, come dice, di qualcosa che ha dentro di sé?”

“Non è l’anima a giustificarsi, e qui sta il nodo di tutto. E’ il corpo che ne ha bisogno quando avviene il movimento opposto, in cui l’anima “fuoriesce” e genera una sensazione che il corpo non riesce a giustificare. Il cervello gli viene in soccorso, allora, e genera un accadimento fittizio per riequilibrare il tutto, attingendo dalla memoria. Il corto circuito tra la costruzione di questo evento, con materiale d’archivio mnemonico, e la sensazione che deve adattarsi a questo per rientrare nei ranghi, genera l’impressione di aver già fatto tutto ciò a cui assistiamo.”

“E come mai l’anima fuoriesce, come ha detto lei?”

L’uomo sorrise in modo enigmatico.

“Quando la sensazione è così forte che crea uno “strappo” nel contenitore del nostro corpo.”

“E cosa succederebbe se il corpo non riuscisse a contenerla?”

“A questo preferisco non rispondere, potrebbe destabilizzarla troppo.”

“Ma io…”

“Le faccio però io una domanda: cosa crede che succederebbe se la costruzione di quell’evento per giustificare la sensazione non provenisse dalla sua memoria passata, ma da quella futura? E se si riuscisse a scegliere da quale memoria attingere, la memoria di quale individuo intorno a noi?”

“Che cosa vuol dire?”

L’autobus numero 52 si fermò nei pressi di Ponte Matteotti.

“Lo saprà alle 16:17. Non cerchi di fermarlo.”

“Cosa… ma che sta dicendo?”

L’uomo scese dall’autobus prima che lui potesse raggiungerlo. Le porte si chiusero, e l’autobus ripartì.

Si sentiva preso in giro, e una rabbia sottile cominciò a salire come fumo fino alla testa. Ma finì presto, per lasciare il posto ad una sensazione di sgomento e tensione. Sensazione così forte da uscire dal corpo, pensò alle parole dell’uomo. Probabilmente era uno dei tanti fuori di testa che giravano per la città. Era interessante ascoltarlo, però. Chissà che faceva nelle sue giornate, se andava in giro a raccontare la sua stramba teoria a tutti, o se doveva considerarsi fortunato per averla potuta ascoltare. Se ne aveva una sola, di teoria, o se ne elaborava una ogni giorno.

Arrivò la sua fermata. Scese, si guardò intorno. Chissà se aveva qualche segreto nascosto tra le mura di casa, se aveva una moglie, dei figli, o se viveva solo tra i suoi ricordi e le sue teorie. Aveva un accento che non era stato in grado di capire, ma magari era solo l’impressione. Il cielo era pieno di sole, sereno. Si fermò ad un semaforo. A pochi metri da lui un uomo correva come un demonio. Una voce, poi altre, gli urlavano dietro. I passanti cercarono tutti di capire cosa accadesse. Gli passò così vicino che ne sentì l’odore di sudore e colpa. Incastrato nei suoi pensieri, però, non riuscì a capire se dovesse fare qualcosa. Un istante dopo, l’uomo era già troppo lontano per ogni proposito. Le urla si affievolirono. Rimase un pianto quasi soffice, di donna.

Erano le 16:19.

 

© Andrea Orlando – 2017 – Tutti i diritti riservati