Lunilde

Lo sperava, perché sapeva di non avere alternativa. Se non la avesse raggiunta l’avrebbe perduta. Sperava nel sentiero, sperava nel destino, sperava nella sua sofferenza. Se qualcuno mai, lassù, fosse stato in ascolto, tutta questa sofferenza lo avrebbe forse incuriosito.

Nella neve le sue orme lo seguivano. Ma in quella notte di Novembre nessuno le avrebbe potute vedere. Nulla era visibile dietro di lui. Davanti a lui, invece, la luce chiara e limpida della sua meta regalava ai suoi occhi il senso dell’inevitabile. In uno strano modo, era attraente e pericolosa. Lei lo aspettava, lui lo sentiva. 

Da dove vieni? Chiamò quel giorno lui, rivolto al vento. Cinque anni prima. L’aveva vista sull’altra sponda del lago. Mai visto niente di più bello. Lei gli rispose, non sapeva come ma poteva vedere le sue labbra muoversi, anche a quella distanza. E lui sentì. Bosco. Come ti chiami? Gli chiese veloce lui, perché già la amava. Lunilde, gli disse. Poi si girò, tornando verso il bosco. 

Da quel giorno, ogni sera, Lunilde lo visitava, lo attirava, e poi scompariva come il respiro nell’aria fredda d’inverno. Rispondeva ad ogni sua domanda. Sempre con una sola parola. Fino a quel momento. Non tornerò mai più. Disse. Perché? Chiese lui. Questo è il tempo che mi hanno concesso. Come posso tenerti qui? Lei sorrise. Lui vide i suoi denti perfetti scoperti per un attimo appena. Terrò viva una luce il tempo di un sorriso, se riuscirai a raggiungerla, io sarò con te.

Così lui correva, il respiro dalla sua bocca nasceva e moriva nel freddo. La luce era sempre più vicina, ma debole. Perché sentiva tutta questa sofferenza, si chiese. Improvvisamente capì, mentre Lunilde gli tendeva le braccia protetta dalla luce. Non sarebbe rimasta lei, la avrebbe raggiunta lui. Non avrebbe mai più rivisto ciò che lasciava dietro di sé. Il sorriso di Lunilde non era amore.

 

© Andrea Orlando – 2016 –  Tutti i diritti riservati