XIII

[…segue] Calia rimaneva rifugiata sotto le coperte del suo letto, sentendo che quella era l’unica attesa disposta a tollerare nell’angoscia del momento, quella che la trascinava nella rabbia di dovere nuovamente allontanarsi da Ramon appena ritrovato. Nel momento in cui lo aveva rivisto, il suo coraggio e la sua autosufficienza si erano istintivamente fatti da parte, abbassando la guardia dopo anni di vigile e mai sospesa attenzione. Come dopo una lunga contrazione dei muscoli, la tensione naturalmente crollò, poggiando sulle spalle dell’amico ritrovato la stanchezza della solitudine vinta. La forza della sua determinazione, respirando in pausa, chiese a Ramon di soccorrere la stanca Calia. Quando Ramon uscì nuovamente da quella porta appena varcata, Calia non era in grado di accettare così presto la solitudine in cui ritornava, e il letto dei suoi genitori scomparsi, in quel momento, era tutto ciò che poteva bilanciare l’improvvisa assenza di Ramon, fintanto che l’attenzione ed il coraggio non le fossero tornati nuovamente, sentenziando l’impossibilitĂ  di sentirsi al sicuro. Calia, per ora, doveva provvedere a sĂ©, e non poteva ripiegare la sua paura su niente e nessuno. Le coperte del letto le ritardavano di poco l’accettazione della pesante condizione. Non poteva dimenticarlo. Non doveva, se non avesse voluto soccombere. La concentrazione persa doveva essere ritrovata al piĂą presto. Aveva con sĂ© il pugnale che avrebbe condiviso il loro destino. E la speranza, dura come gli alberi che minacciavano il villaggio, che Ramon, avvicinandosi al pozzo, avesse presto, e con successo, fatto ciò che doveva.

Ramon si avvicinava con respiri sempre più rotti, ricordando il momento in cui, la notte in cui portò aiuto e cibo a Calia, gettò nel pozzo ciò che ora stava per riprendere, rispettando il patto che fece a sé stesso quella medesima notte. La mappa con le indicazioni per giungere alla radura in mezzo al bosco, un abbozzo di condizioni da ricordare ma non un chiaro percorso da seguire, doveva ancora essere lì in fondo al cunicolo, ben avvolta nella pelle di cinghiale. Se questa avesse ben compiuto il compito di proteggere la carta dall’acqua e dagli anni, lo avrebbe forse scoperto di lì a breve. Era arrivato a pochi passi dal pozzo, dalla parte con il muro distrutto, e prima di ogni passo si guardava terrorizzato intorno, aspettandosi in ogni momento ciò che avvenne infine: un cinghiale, i suoi occhi rossi schizzanti fuori dal buio, lo fissavano a poco distanza.

Calia non poteva sapere, ma qualcosa sentì il suo spirito, perché le mani le cominciarono a tremare sotto il suo rifugio di coperta.

Ramon fissò quegli occhi, e non riuscì a muoversi. Gli occhi lo continuavano a fissare, penetrando dentro di lui fino al centro del suo essere, pietrificandolo nell’attesa della morte. Ramon non riusciva a fare nulla. Avrebbe voluto solo morire colpito da un fulmine, o che la voragine arrivasse in quel momento, piuttosto che affrontare così direttamente il Male.

Calia non riusciva a fermare le sue mani, e con il pensiero andò al momento in cui, dodici anni prima, a terra al rinvenimento dalla notte di tortura, un cinghiale le gettò i suoi occhi sul cuore, dichiarando mutamente la sua prigionia. Ricordava la disperazione di quel momento e la risentiva dentro di sé in comunanza con Ramon che, sotto di lei, stava per affrontare il Male.

I due occhi che fissavano Ramon cominciarono a muoversi, diminuendo la distanza. Ramon indietreggiò ma essi si lanciarono verso di lui. Alla luce della luna apparve un cinghiale indemoniato che lo stava per annientare. Il sobbalzare degli occhi arrivò in un attimo ad un passo da lui ed in quell’istante, con il cuore che scoppiava di terrore, Ramon si gettò rapido nel pozzo, evitando la morte del cinghiale, ma andando incontro ad un destino che poco di meglio poteva portargli. L’urlo di rabbia della bestia risuonò come una scure sul legno dell’attesa, mentre Calia si feriva con la lama che aveva tra le mani impazzite dal tremore, e Ramon piombava nell’ignoto nero del pozzo, decine di metri sotto terra. [continua…]

 

© Andrea Orlando – 2012 – Tutti i diritti riservati